
DIVENIRE – Laboratorio di recitazione
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Molti psicologi, analisti e psichiatri consigliano ai propri pazienti di iscriversi a un corso di teatro. Ritengono che possa aiutare chi soffre di timidezza, depressione, scarsa autostima. Eppure, il teatro non è una terapia: è una pratica potente, a tratti violenta, che può scuotere nel profondo e, se affrontata senza preparazione, anche ferire.
C’è un motivo se il mondo terapeutico guarda al teatro con curiosità. È il regno del dionisiaco, della follia, della verità messa in scena. Da Freud a Jacob Levi Moreno, il psicodramma ha trovato nelle dinamiche teatrali un potente strumento di analisi.
Shakespeare, con Amleto, anticipa tutto questo: il giovane principe non affronta la verità direttamente, ma la mette in scena, trasformando il dolore in un atto teatrale. La scena del “teatro nel teatro” è un chiaro esempio di come la finzione possa svelare ciò che le parole non riescono a dire. Questo ci dice ancora una volta quanto sia sottile e complessa la relazione tra teatro e psicologia.
Il rischio della recitazione: arte e squilibrio
Il teatro lavora con le emozioni. Le scava, le rievoca, le modula. Ma non tutte le menti possono permettersi questo viaggio. Per chi ha fragilità emotive o disturbi dell’umore, recitare può rivelarsi insostenibile. Spesso non si sa dove finisca il gioco e dove cominci il dolore.
Il processo creativo, in molti casi, segue un andamento che potremmo definire maniaco-depressivo: un’alternanza tra esaltazione e malinconia. Aristotele, nei suoi scritti sulla melanconia, distingue tra la mania (μανία), intesa come esuberanza e slancio creativo, e l’estasi (ἔκστασις), cioè l’uscita da sé. Non è solo uno squilibrio clinico: è la condizione di chi crea. Ma la creazione richiede un metodo, e senza metodo, l’estasi può degenerare in perdita di contatto con la realtà.
Un’esperienza personale: la fragilità all’accademia
Quando frequentavo il secondo anno di accademia, un mio compagno ebbe un crollo nervoso durante un saggio di danza. Fu ricoverato in ospedale psichiatrico e lasciò gli studi. Anni dopo tornò a recitare, ma morì giovanissimo. Nessun insegnante ci aiutò a elaborare l’accaduto. Nessuno si prese la responsabilità di proteggere noi, testimoni inermi di quella caduta.
Quell’episodio è rimasto dentro di me. È da lì che nasce la mia consapevolezza che il teatro non è per tutti, e che insegnarlo richiede una presenza, un’etica, una capacità di contenere.
Il teatro e l’equivoco terapeutico
Molti si avvicinano al teatro per “tirare fuori” qualcosa, per elaborare, per vivere emozioni. Ma recitare non è sfogarsi. Non è mettersi in scena, ma mettere in scena altro da sé. Il teatro non è un luogo in cui è concesso urlare i propri dolori, ma uno spazio di trasformazione.
C’è una profonda differenza tra la funzione artistica del teatro e quella terapeutica di un laboratorio clinico. Io stessa ho condotto laboratori in contesti psichiatrici, e lì il linguaggio teatrale è diventato mezzo per esprimere, per raccontare, per uscire dal silenzio. Ma una scuola di recitazione non può e non deve confondere questi due piani.
Il confine tra teatro e psicologia è fertile, ma dev’essere ben tracciato.
I pericoli dell’improvvisazione emotiva
Durante il lavoro teatrale emergono dinamiche intense: transfert, pulsioni erotiche, proiezioni inconsce. Lavorando sul corpo, sul contatto, sull’immaginazione, si aprono porte che non sempre si è pronti a varcare.
Mi è successo di vedere allievi confusi, attratti l’uno dall’altra dopo un esercizio, illusi da una sintonia fisica che scambiavano per amore. Mi è successo di vedere confessioni intime scaturire da una semplice improvvisazione. E mi è successo, purtroppo, di non essere subito pronta a contenerle.
Il teatro non è uno spazio neutro. Non è un gioco inoffensivo. E l’insegnante ha il compito di proteggere chi vi si affida.
Chi insegna teatro non è uno psicologo
Insegnare teatro è un lavoro delicato. Non si tratta solo di trasmettere tecniche, ma di accompagnare esseri umani in un percorso profondo. Per farlo, bisogna avere fatto prima quel lavoro su di sé.
Personalmente ho sentito il bisogno di affiancare all’insegnamento un percorso analitico, e negli anni ho trovato nello yoga strumenti fondamentali: meditazione, auto-osservazione, discernimento. Questo mi permette di restare vigile, di contenere, di comprendere.
Troppe scuole oggi si presentano come esperienze terapeutiche, ma non hanno le competenze per esserlo. Il risultato è che il dolore degli allievi non viene accolto, ma amplificato.
L’importanza del confronto e della supervisione
Nel mondo della psicoterapia esiste la figura del supervisore: un riferimento con cui confrontarsi. In teatro, no. Eppure, quanto sarebbe necessario.
Quando ho svolto un percorso personale con la psicoanalisi junghiana, ho sentito la necessità di portare in analisi i casi più complessi, di lavorarci, di mettermi in discussione insieme alla mia psicoanalista. Questo mi ha permesso di capire cosa stavo proiettando io, e cosa invece apparteneva all’altro. Solo così si può accompagnare senza invadere.
Ogni corpo in scena racconta qualcosa. E occorre saper ascoltare, contenere, distinguere.
Per fortuna oggi molte scuole di recitazione e accademie si avvalgono di uno psicologo nei casi più complessi, e in alcune realtà noi insegnanti abbiamo la possibilità di confrontarci in gruppo con uno psicoterapeuta, ed è assolutamente utile.
Insegnare teatro: un servizio, non un palco
Insegnare non è un ripiego. È un atto di cura. Richiede umiltà, ascolto, lucidità. Non si può insegnare se non si è disposti a imparare. Se si confonde la classe con il palcoscenico.
Ho visto colleghi riversare sulle classi le loro frustrazioni, esercitare potere, sentirsi registi di vite altrui. Ma insegnare è un’altra cosa. Insegnare è mettere a disposizione un’esperienza, offrire un contenitore. È presenza.
Conclusione: una chiamata alla consapevolezza
Il teatro e la psicologia si sfiorano, si intrecciano, si contaminano. Ma non sono la stessa cosa.
Il teatro può essere trasformativo, ma non è una terapia. Può aiutare a conoscersi, ma non sostituisce un lavoro clinico. Può emozionare, ma richiede confini.
Chi insegna deve sapere. Chi guida deve sapersi guidare. Chi conduce deve saper contenere. Solo così il teatro resta un luogo libero, potente, vivo. Non un rischio, non un abuso.
Se queste riflessioni ti risuonano, se anche tu senti il bisogno di guardare con più lucidità e profondità al rapporto tra teatro e psicologia, ti invito a esplorare gli altri articoli o a curiosare tra i percorsi che propongo. Forse, da qualche parte, ci si incontra.
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